Le parole per l’ecologia di domani

Le parole che dovrebbero guidare il cambiamento ecologico non hanno mai avuto un significato incisivo; la retorica e l’eccessiva semplificazione di questi anni rischiano di svuotarle completamente. Ma semplificare il linguaggio significa semplificare il pensiero e togliere strumenti importanti per comprendere presente e futuro. Questo accade anche nel vino, semplificare è utile, ma soltanto per cercare di orientarsi nella complessità.

di Fabio Pracchia

 

Lo spazio occupato del linguaggio

Le parole che usiamo per relazionarci con il mondo sono il risultato di milioni di anni di evoluzione collaborativa tra gli esseri umani. Secondo il linguista Sverker Johansson, i nostri antenati svilupparono la comunicazione verbale al fine di spiegare concetti sempre più complessi e strettamente necessari una volta che le comunità evolsero verso la stanzialità e la convivenza. Nel suo libro L’alba del linguaggio (Ponte alle Grazie, 2021), Johansson assume una posizione opposta a quella, tra gli altri, del filosofo e linguista Noam Chomsky secondo il quale, semplificando molto, il linguaggio è congenito all’uomo e si è articolato per consentire la verbalizzazione del pensiero innato. Qualsiasi sia la causa della sua nascita, la lingua si è affermata come una tecnologia universalmente condivisa che rende conto della realtà, crea emozioni, genera riflessioni e permette l’interazione tra simili. Gran parte dei linguaggi umani sono composti da segni organizzati in alfabeto, ossia insieme ordinato di grafemi e fonemi che mescolati bene danno vita al miracolo delle parole. In Italia il latino classico, intorno alla fine dell’Impero Romano, si confuse con gli idiomi locali per diventare dialetto e arrivare, infine, a quello che oggi è l’Italiano nazionale (per lo scrittore Pier Paolo Pasolini, l’Italiano era una singolare forma di oralità letteraria dato che i padri fondatori furono sublimi letterati). La ricchezza e la diversità di vocaboli che arricchiscono ogni lingua è un patrimonio di inestimabile valore proprio perché ogni parola indica una percezione soggettiva della realtà vissuta in un particolare contesto condiviso. Oggi la complessità del linguaggio è in pericolo. Secondo quanto riportato dal quotidiano Avvenire, in un articolo dello scorso 23 maggio scritto dal linguista Federico Faloppa, si stima che ogni 14 giorni un idioma muoia; di questo passo, entro fine secolo, delle 7000 lingue parlate nel globo rimarranno in uso soltanto la metà. Un vero e proprio ecosistema, linguistico, posto in grave crisi e interi ambiti di significazione della realtà privi di semiotica soggettiva. Gli spazi deserti dei significati non rimarranno vuoti ma saranno colonizzati dalla lingua del sistema dominante in una sorta di conformismo del valore semantico alla quale una società, sempre meno attenta alla qualità verbale, si addomesticherà inconsapevolmente. In tale scenario di comunicazione è funzionale l’uso di parole chiave ripetute, amplificate e riverberate in uno stillicidio di echi magnetici al fine di sterilizzare le implicazioni fattuali che le stesse parole parrebbero suggerire. La colonizzazione del linguaggio, dunque non è una semplice sfida linguistica ma riguarda la descrizione della realtà che il sistema dominante, politico ed economico, intende interpretare per noi attraverso l’oggettivazione delle parole. Anche la crisi ecologica, spazio tra i più importanti e decisivi per il futuro della specie umana, non sfugge a tali tensioni; sospesa tra la realtà dei suoi effetti e le parole con le quali è rappresentata.

 

La cultura della parola dentro la natura dei segni

Siamo sicuri che espressioni abusate quali transizione ecologica o sostenibilità, giusto per citarne un paio, abbiano ancora o abbiano mai avuto la significanza necessaria per ispirare il cambiamento oppure, nella successione delle lettere che le compongono, si celi una forma di colonizzazione degli stessi agenti responsabili del collasso planetario? In definitiva occorrono parole nuove per imprimere quella forza necessaria a far sì che l’azione contro lo sfacelo ecologico assuma concretezza? Tali quesiti sono stati al centro di un interessante confronto, avvenuto durante gli incontri del Festival “Dialoghi di Pistoia” lo scorso maggio, tra il linguista Federico Faloppa, citato sopra, e l’antropologo e docente universitario Adriano Favole che, nel corso dei suoi studi, ha compiuto molti viaggi di ricerca presso la popolazione kanak della Nuova Caledonia. Parole ecologicheIl confronto tra discipline quali linguistica e antropologia diventa essenziale per relativizzare ciò che in Occidente e, forse sarebbe meglio specificare Occidente capitalista, diamo per univoco: il modo in cui abitiamo la natura. La parola natura è stato proprio il punto di partenza del dialogo tra i due studiosi. “La parola natura è polisemica, portatrice di plurimi significati a seconda del tempo e della latitudine in cui viene usata” dice Faloppa che cita nel suo intervento il filosofo Raymond Williams. Nel libro Parole chiave – Un vocabolario di cultura e società (1976), Williams riporta proprio la parola natura declinando tre principali significati utilizzati nel mondo occidentale. Il primo è etimologico: la parola natura deriva dal latino nascor (nascere). Il carattere innato che accompagna per tutta l’esistenza e pone la dicotomia tra naturale e culturale. Pensata così l’espressione natura ha a che vedere con le caratteristiche presenti alla nascita e immutabili, la nozione di cultura, invece, prevede la costruzione artificiosa e la disposizione al cambiamento. Il secondo significato è riferito alla forza vitale del termine. La natura è vivente, dinamica, la sua pulsazione si oppone all’apparente staticità del mondo minerale; un’idea di vivente, connessa al puro movimento, messa in discussione, non solo dalla scienza vegetale attuale, ma da un sapere ancestrale che, come vedremo, gli studi antropologici hanno fatto emergere e del quale si deve tenere gran conto. Il terzo significato riguarda l’intero mondo materiale. In questa ultima accezione l’inclusione o l’esclusione dell’essere umano ha una funzione, ancora una volta, dirimente. Se escludiamo l’uomo dalla natura ecco che si ripropone la separazione tra naturale e culturale; espressioni come “salviamo la natura” (natura come un qualcosa di esterno a noi) risultano abbastanza ridicole alla luce del disastro ecologico contemporaneo che investe, tra le altre, la nostra specie. Se invece facciamo parte della natura allora il punto di vista cambia e l’agire umano incide profondamente sulle infinite relazioni transpecie. Date per acquisite queste definizioni di natura, etimologica, vitalistica o materialistica, ereditate dalla fine del secolo scorso lo sviluppo globale di stampo capitalista ha plasmato una retorica dell’agire secondo principi modulabili sulla speculazione, in tempi favorevoli, o sul limite dello sfruttamento, in periodi, come quello attuale, di crisi in cui la sensibilità globale costringe il profitto a una maggiore attenzione ecologica altrimenti definita, con un anglicismo funzionale, greenwashing. Nel suo intervento a Pistoia, Faloppa ha approfondito l’uso della parola natura attraverso la storia della lingua italiana. È interessante notare come, ancora oggi, in alcuni dialetti italiani, cioè la lingua più vicina alla coscienza, natura sia impiegato per riferirsi all’organo sessuale femminile; un uso attestato dalla letteratura italiana e non solo, dato che James Joyce la usa per indicare il mestruo. I significati ancestrali della parola rimasti nella cultura esclusivamente orale e nella letteratura restituiscono da un lato la complessità del termine e dall’altro si intrecciano con i significati che natura riveste in altre culture. L’antropologia fornisce infatti, come ha sottolineato Adriano Favole nel suo intervento, elementi a sostegno di significati dinamici, generativi e vitali della parola. Tantissimi riferimenti culturali etnici intendono la natura come forza vitale che fluisce come, ad esempio, il pensiero mana, ossia una sorta di forza spirituale, analizzato da molti antropologi e pertinente ai luoghi indagati da Favole quali Polinesia e Nuova Caledonia, che concerne tra l’altro il controllo delle energie del mondo non umano. Grazie agli studi antropologici è possibile stabilire una frattura tra il concetto di natura nel mondo occidentale e quello delle civiltà che hanno vissuto e attualmente vivono ancora in essa, anzi per usare le parole dell’antropologo Philippe Descola, autore di Oltre natura e cultura (Raffaello Cortina Editore, 2021) a proposito dei popoli amazzonici da lui studiati “per loro la parola natura non ha senso, essi vivono in costante relazione con tutti gli esseri viventi del loro mondo, non è concepita alcuna separazione tra l’umano e il non umano”. Nel 1967 lo storico delle tecniche Lynn White jr. pubblicò un celebre articolo su Science dal titolo The Historical Roots of Our Ecological Crisis, apparso nel 1973 in Italia per la rivista Il Mulino. Secondo White le radici storiche della nostra crisi ecologica vanno ricercate nella tradizione ebraico-cristiana. Nel mito Dio trasmette ad Adamo il dominio sulle altre specie del creato ponendo le basi dell’ideale moderno: il potere della sapienza scientifica inteso come controllo dell’essere umano sulla natura considerata puro meccanismo ed eviscerata da qualsiasi principio vitale. White, infine, invita a considerare la centralità di Francesco d’Assisi e la potenza del suo richiamo all’umiltà di specie. Non è un caso che l’enciclica di Papa Francesco, uscita in tempi di crisi climatica, si ispiri al Laudato sii del santo d’Assisi. L’esigenza di avvicinare la parola natura a un significato originario e comunque più pregnante che vada nella direzione ineludibile di una sottrazione antropocentrica unisce una serie di ricerche sul campo sulla scorta del pensiero descoliano. Lavori come quello dell’antropologo di origini italiane Eduardo Kohn in Ecuador e raccolti nel libro Come pensano le foreste (Nottetempo, 2021) e dell’omologo australiano Michael Taussig in Colombia, L’arte del non-dominio nell’era dello sfaldamento globale (Meltemi, 2023) ambiscono a ridefinire la parola natura e la sua comprensione attraverso indagini etnografiche. Fornire chiavi di lettura diverse sul rapporto con il mondo serve a risignificare le parole cristallizzate dal potere globale per ingabbiare la rivoluzione ecologica necessaria. Nel corso del loro dialogo, Faloppa e Favole, hanno portato ulteriori casi lessicali colonizzati dall’occidente capitalista. La parola incólto, per esempio, fin dal Medioevo occidentale, ha significato civilizzare il selvatico, pratica traslata poi nell’età moderna con la conquista delle civiltà precolombiane. Nel popolo kanak della Nuova Caledonia esiste una parola che comprende il concetto di incólto; è relativa alla foresta e riveste un significato generativo e imprevisto riferito alla fioritura di nuove varietà. Tale pensiero collima con ciò che il paesaggista francese Gilles Clément ha teorizzato in Europa come Terzo paesaggio. Nel suo Manifesto del Terzo paesaggio (Quodlibet, 2005), Clément include tutti i luoghi residuali dell’attività umana, avanzati dall’eccessiva antropizzazione o dalla protezione naturalistica che, per la loro marginalità, costituiscono gli spazi privilegiati della diversità e della trasformazione biologica. Questi ragionamenti, linguistici e antropologici, impongono una riflessione sull’uso delle parole con le quali viene colonizzato il lessico della crisi climatica. Prendiamo l’espressione sviluppo sostenibile; il concetto è in continuità con il modello predatorio capitalista che ha portato a un progressivo depauperamento delle ricchezze di alcuni paesi a favore di altri. Tale binomio lessicale, presentato allora come obiettivo di discontinuità rispetto al passato, sottende la volontà di prolungarne il modello seppure con dei limiti. Parimenti l’abusata espressione transizione ecologica risulta inefficace nella sua idea di spinta gentile (nudge[1]) verso un diverso modo di abitare la realtà. In questo senso uno dei padri nobili dell’ambientalismo italiano Alexander Langer coniò la ben più pregnante espressione di conversione ecologica nella quale la parola conversione, intesa anche nella sua sfumatura religiosa, implica una ben più profonda riflessione sul passato e una maggiore intimità volontaria con il processo di cambiamento il quale, posto in questo modo, significa autogenerato e non imposto dall’alto. Per una presa di coscienza reale dell’urgenza climatica è necessario pensare su livelli di complessità elevati. In tale compito un ruolo centrale è svolto dalle discipline linguistiche e antropologiche come hanno sottolineato Faloppa e Favole alla fine del loro intervento. Occorre, in ultima istanza, svincolarsi dai meccanismi ideologici con i quali viene formulato il lessico della lotta al cambiamento climatico attraverso la salvaguardia dell’espressività soggettiva insita in ogni lingua, la decostruzione delle parole che descrivono l’emergenza ambientale e, infine, la vigile critica del sistema dominante.

Crescere nella coscienza ecologica

Ma l’ecolinguistica deve passare anche attraverso l’educazione al pensiero attuando una lungimirante prospettiva sistemica che possa abbattere le barriere riduzioniste e permettere alla coscienza ecologica di permeare di sé i molteplici campi dell’esperienza. Un brillante tentativo era già stato attuato in Italia alla fine degli anni Ottanta con l’Antologia Verde pubblicata da Giunti Marzocco e curata da Gianfranco Orunesu, Lucio Passi ed Enzo Tiezzi. La Presentazione riporta le seguenti parole: “La crisi ambientale non è più una novità per nessuno. Il problema demografico si intreccia con quelli relativi ai limiti della tolleranza del pianeta, mentre l’intero equilibrio biologico è pesantemente minacciato. Rispondere a tale crisi implica una profonda rivoluzione culturale. Va modificato il modello concettuale dove si iscrive l’attuale rapporto uomo-società-natura. Tutto questo non può non passare attraverso la scuola. Infatti in questa emerge una situazione che si caratterizza per la notevole divaricazione tre contenuti insegnati e richieste culturali. Ma tale divaricazione non nasce a caso. Prende le mosse proprio da quella crisi che stiamo vivendo. È una crisi radicale (che nei termini più macroscopici si manifesta nel dissesto ambientale) che attraversa tutta la nostra cultura. Vede da un lato lo sfaldarsi del modello ‘newtoniano-cartesiano’ e dall’altro l’emergere – pur tra mille contraddizioni – di una concezione sistemica. Nella scuola tale fase di passaggio è ovviamente vissuta molto intensamente. Data la mancanza di punti di riferimento chiari, la situazione è vissuta male sia da studenti che da insegnanti. Infatti i primi non trovano aiuto – se non in minima parte – nella ricerca di modelli adeguati alla lettura dell’attuale fase storica, mentre i secondi sono confinati in un ruolo frustrante e sotto certi aspetti angosciante per la manifesta inadeguatezza e limitatezza culturale che si continua a portare. È urgente invece un ribaltamento dei modelli. Si tratta di andare alla ricerca di una nuova dimensione culturale. Una dimensione non solo interdisciplinare ma sistemica, che faccia i conti con l’alta complessità degli equilibri ecologici, che inserisca al suo interno il parametro fondamentale del tempo biologico, che abbia la modestia di accettare l’incertezza come compagna di strada costante nei modelli di conoscenza. Una dimensione che porti l’individuo ad approfondire i rapporti con se stesso, con gli altri, con l’ambiente, anche a partire dal contributo culturale dei Movimenti degli ultimi decenni, in particolare con quelli delle Donne e per la Pace […] Speriamo, con questo volume, parziale sicuramente, di aver dato un contributo perché all’interno della scuola il realismo ecologista si sostituisca all’utopia industrialista”.

Linguistica e antropologia stanno contribuendo a riformulare il discorso sull’ecologia attraverso una lingua portatrice di significati più pregnanti e condivisi; è necessario altresì che la parola provenga da una rinnovata cultura ecologica nutrita dall’intreccio di discipline afferenti a campi di studio molto diversi in un fluire complesso di concetti, suggestioni, immagini e indagini tali da costituire, per le nuove generazioni, un naturale slancio per affrontare il futuro che verrà.

[1] Nudge: letteralmente spintarella. In economia comportamentale l’espressione si riferisce a un incentivo sociale vòlto a cambiare una situazione pregressa.

 

 

 Edward Hopper, Cape Cod Morning, 1950
Edward Hopper, Cape Cod Morning, 1950

 

Fabio Pracchia é divulgatore della cultura del vino; ha seguito per anni la guida Slow Wine. Scrive per Cook_Inc, rivista edita da Vandeberg Edizioni. Nel 2017 ha pubblicato il libro I Sapori del Vino per Slow Food Editore. Il suo sito è ripenessisall.com.

 

 

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