Vini Lievi. Visita da Fabrizio Iuli, Contadino in Basso Monferrato.
di Chiara Asselta.
Cantina Iuli ci accoglie nella sua quiete ovattata rotta solo dall’abbaiare di Lili che controlla scrupolosamente che non ci sia nessuna minaccia. Il proprietario Fabrizio ci fa accomodare nel salotto di casa, un casale del ‘600 acquistato al ritorno a Montaldo di Cerrina in seguito a diversi viaggi in America Latina.
Montaldo di Cerrina (300 mslm) è un piccolo paese di 67 abitanti del Basso Monferrato, in provincia di Alessandria, che si aggiunge alla lista degli innumerevoli borghi, sparpagliati in tutta Italia, che hanno visto un lento spopolamento a partire dal boom economico. “Qui erano tutte vigne, anche dove ora ci sono i boschi”, ci dice Fabrizio indicandoci i suoi vigneti mentre passeggiamo per la strada provinciale che taglia il paese, “poi le fabbriche e una grandinata che ha devastato la produzione nel ’58 hanno dato il colpo di grazia”.
Le sorti di questo territorio, analogamente ad altre zone piemontesi, sono state segnate dal richiamo ammaliante di Torino, della sua FIAT, che promettevano un affrancamento dall’indigenza e dalla fatica della vita contadina. Iuli è rimasto l’unico agricoltore della zona. Aspetto positivo, se l’obiettivo è lavorare riducendo al massimo i trattamenti (‘in naturale’, se preferite), non troppo rincuorante se si pensa invece allo spopolamento delle campagne. Il bosco si è ripreso i terreni e ora abbraccia gran parte delle vigne, ottimo alleato nel mitigare gli effetti delle ondate di calore sempre più frequenti ed emblema della tanto inflazionata biodiversità, ma anche rifugio di cinghiali e caprioli, in cerca di germogli da mangiare in vigna.
Sui versanti nord dell’anfiteatro che si apre davanti a noi, ci sono Pinot Nero e Grignolino, accanto a due varietà autoctone in via di estinzione: Baratuciat (a bacca bianca) e Slarina (a bacca nera) che Fabrizio ha deciso di piantare collaborando a un progetto di recupero di antiche varietà piemontesi del CNR, guidato dalla ricercatrice Anna Schneider. Sul versante sud, invece, troviamo Barbera – la varietà prevalente dell’azienda – e Nebbiolo.
Fabrizio, instancabile cicerone, ci racconta questi luoghi spaziando tra spunti di riflessione – il Nebbiolo migliore negli ultimi anni è quello sul lato nord, il più fresco, questione divisiva tra i produttori di Langa – e aneddotica contadina – i gelsi, che appaiono carichi di frutti sul ciglio della strada, un tempo erano piantati dagli allevatori di bachi da seta a cui erano date in pasto le foglie.
È quasi ora di pranzo, le campane e Lili che si unisce a loro ce lo ricordano, ma prima è tempo di assaggiare qualche vino. Entriamo nella cantina riadattata dal vecchio fienile, iniziamo dal Barat (2023), da imbottigliare a breve, rigorosamente con luna calante. “Il Baratuciat è una varietà autoctona della Val di Susa. È la nostra prima e unica bacca bianca, credo potrà dare vini interessanti in questa zona”. Il suo nome significa escrementi di gatto nel dialetto locale, per la forma ovale dei chicchi d’uva. “Mi ricorda un po’ lo Chenin Blanc – prosegue Fabrizio – è molto teso, acido, minerale, qui abbiamo terreni calcarei”. In effetti, la freschezza e la sapidità sono nettamente percepibili, tratti distintivi, che lo rendono un’ottima scelta sempre, ma ancora di più al presentarsi dei primi caldi estivi.
Proseguiamo con il blend di uve nere e bianche Ta-Da! (2024) (Slarina, Pinot Nero, Baratuciat, Grignolino e Moscato): “Non ti so dire esattamente le proporzioni, perché cambiano ogni anno, a seconda delle caratteristiche dell’uva e dell’obiettivo che voglio raggiungere, aggiusto le quantità”. Sin da questi pochi assaggi, appare la natura cesellatrice di Fabrizio, forse il passato da orafo riemerge anche nei suoi vini. Un vino godibilissimo, ogni componente sembra abbia trovato il suo posto in armonia con gli altri. “Non mi piace assemblare dopo, faccio co-fermentazione, voglio che le uve si amalgamino sin da subito insieme, e respirino, ogni essere vivente respira”; il cemento è il materiale prediletto per portare a compimento la sua visione e di questo pare esserne abbastanza convinto, vista la quantità di vasche dalle dimensioni più disparate che compongono la sua cantina, recuperate negli anni.

Una batteria di bottiglie ci aspetta sulla tavola da pranzo imbandita, non ci resta che aprirle da ospiti diligenti, mentre la musica scorre e Fabrizio prepara il pranzo.
Natalin (2024) – Grignolino in purezza. “Si chiama Natalin, perché mio nonno Gioacchino Natale, era per tutti ‘Natalin’ e questa varietà era il vino che lui amava di più. È una varietà da sempre presente in questa zona. Nel 2016 l’ho ripiantata sulla stessa collina dove Natalin aveva piantato la sua prima vigna. Nel 2017 ho anche affittato una vecchia vigna. Lo lavoro nel sistema tradizionale: fermentazione e affinamento in cemento, imbottigliamento con una buona luna della tarda primavera, così come faceva mio nonno. Ne viene un vino con un’espressione fresca, giovane, e con un bel tannino delicato. Il ’23, se vi capita di trovarlo, è ancora più buono!” Il tannino non aggressivo colpisce, differenziandosi da molte altre espressioni della zona un po’ più graffianti.
Tra un boccone e l’altro, chiacchieriamo spaziando dal momento storico di transizione che stiamo vivendo, al futuro che ci aspetta, passando dal costo della vita, da Milano che non ha l’odore delle metropoli, dalla bellezza di Torino, dai migliori cantautori italiani – De André, Battiato, Dalla e Battisti, rigorosamente in questa sequenza per Fabrizio –, fino alle regole di briscola a chiamata.
La Rina (2022) – 100% Slarina. “È un vino di profumi, estivo, leggero, da sete. Con un buon corredo tannico, direi un vino divertente, un Gamay con tannino”. Ecco, Barat e la Rina vanno a braccetto, come quella coppia di amici che sai che ti farà fare cose di cui ti pentirai il giorno dopo, ma non puoi fare a meno di seguirli.
Nel frattempo, arriva una padella di agnolotti “che qui da noi sono quadrati”, iniziamo a pensare che non arriveremo in tempo a Milano per il nostro appuntamento delle 16.30, ma d’altronde non bisogna opporsi troppo al flusso degli eventi.
Apriamo Nino (2021) – 100% Pinot Nero. “Sono un appassionato dei vini di Borgogna. Nel ‘99 ho accettato la sfida con me stesso e ho provato a produrre questo vino in Monferrato, piantando un ettaro di vigneto. Confido nella mineralità e nella freschezza del territorio per esprimere l’eleganza e la delicatezza di questa varietà. Ho scelto il nome Nino perché oggi questo vino mi sembra un bambino: delicato, divertente, con molto frutto, pulito e giovane. Il 2021 è stata un’annata calda, tra tutte le varietà che ho, il più difficile è sempre il Pinot Nero, mentre Baratuciat e Slarina, le varietà antiche, sono quelle che si comportano meglio negli sbalzi estremi di temperature”.
E ancora Malidea (2021) – 100% Nebbiolo. “Malidea è una collina. Ho sempre voluto vedere come viene questa varietà più conosciuta per i suoi vini nelle Langhe in Monferrato. Ora lo so: molto bene. È con il cibo che è gioioso. Mia mamma aveva un’osteria, ci veniva anche Luigi Veronelli, e io sono cresciuto lì, è normale per me pensare a dei vini che esprimano il loro meglio nell’unione con il cibo”.
Emerge sempre di più la filosofia di Fabrizio che ricerca l’eleganza e la bellezza, le estrazioni soffici “quasi come delle tisane”. Vini lievi, come gli piace definirli. La cura, l’ascolto e il saper aspettare sono i principi cardine dell’operato di Fabrizio in vigna e in cantina, dove l’approccio agricolo è centrale e asseconda la ciclicità delle stagioni, dando risalto alle peculiarità di ogni annata. Ricordarsi ogni giorno di essere contadino, strumento di valorizzazione e custodia di un territorio, è essenziale, non definizione accessoria alla narrazione di un successo.
Concludiamo con Rossore (2021) – 100% Barbera da 2 vigne di 40-45 anni e la vigna di 90 anni con cui Fabrizio fa anche Barabba in annate particolarmente felici. “Il nome Barabba nasce da un gioco di parole con il nome Barbera, la varietà predominante nella nostra azienda. Come a Barabba, nella Bibbia, è stata concessa una seconda opportunità, pensiamo che anche il Monferrato, rispetto a zone viticole più conosciute, debba godere degli stessi benefici.” In assoluto uno dei migliori assaggi, ci affidiamo quindi a Fabrizio, non avremmo saputo usare parole migliori.
L’appuntamento a Milano ci costringe a tornare bruscamente alla realtà, ma il Barabba di Fabrizio e le riflessioni che ne sono scaturite, ci accompagneranno ben più a lungo di questo viaggio.

